A  SCUOLA DA  BULLI 

Insegnanti e studenti  a scuola per imparare

        pubblicato sul centro il  1° giugno 2007  - Intervento -                               

di  Renzo Menga

docente, esperto di comunicazione e media

          In questi mesi la comunicazione dei media ha riportato alla luce alcuni dei tanti fenomeni di “bullismo” consumati nelle aule di scuole. Tale fenomeno, almeno quello emerso dalla cronaca, è stato “studiato” da varie angolazioni, dall’analisi sociologica a quella  psicologica, ha tracciato  vari “profili identificativi” della fenomenologia , dalla famiglia alle dinamiche gruppali, . Ho affrontato il problema già con alcuni interventi da un’angolazione mediatica, parlando dell’influenza dei media sui giovani. Vorrei invece,

                   

 

aprire il dibattito sui contesti semiologici  relativi ai piani comunicativi  e relazionali discente-docente e docente –discente. Il primo punto da affrontare è “esiste una sana comunicazione comportamentale e relazionale nella scuola?” Ognuno può “vedere” il problema da diversi punti di vista, è ovvio. Ho notato però che nella maggior parte dei casi emersi c’è una sorta di “copertura” sia da parte delle Istituzioni e sia delle categorie interessate, senza affrontare anche l’altro aspetto, quello della scuola, dei docenti e del contesto interagente. Antonio Marziale, sociologo e presidente dell’Osservatorio sui Diritti dei Minori nonchè autore del libro L'Onnipotenza dei Media: sua maestà la Tv, edito da Rubbettino in una recente intervista sui fenomeni dei filmati su internet e del bullismo ha dichiarato tra l’altro: "Bisognerebbe fare delle verifiche psicoemotive sui docenti, possibilmente ad ogni inizio di anno scolastico. Visti i recenti fatti di cronaca, è necessario verificare chi ha una tenuta psicofisica normale per poter svolgere quella funzione educatrice". Partirei da questo punto di vista per focalizzare un aspetto che considero prioritario in una “agenzia di socializzazione  e di formazione” come la scuola. Esiste anche una sorta di bullismo degli adulti nei confronti dei ragazzi. Sono tante le forme che possono essere messe in atto. Insegnare con il cuore, innanzitutto, è un qualcosa che non impari all’Università o ai  seminari, è un modo di “sentire” gli altri non per dovere ma per piacere. Penso alle interrogazioni, quelle fatte da alcuni prof. da cap. 2 al cap. 52…. ( più quantità per sembrare di qualità! ) quanti di voi ricordano quello che abbiamo vissuto a scuola con docenti che si preoccupavano solo di riempire degli spazi vuoti sul registro, mercanteggiare con i numeri, fare pressioni e a volte anche coazioni psicologiche nei confronti di ragazzi sensibili e non, senza nessuna lettura pedagogica del percorso formativo ed affettivo dell’allievo. Oggi  dovrebbe essere cambiato qualcosa, dopo che tanti milioni di carta sono stati stampati per implementare nuove scienze dell’educazione, di processi di apprendimento, di nuove didattiche… e quant’altro. Invece? Nulla di nuovo sotto questo cielo….! E’ cambiata invece la risposta dei giovani. Una volta c’era la scuola che aveva una tenuta sociale per diversi motivi, ma  già dal 68 in poi si son rotti certi "equilibri" e certe “finzioni”. Oggi le domande dei giovani, globalizzate, tecnologiche e senza frontiere, non trovano risposte da nessuna parte, tantomeno nella scuola anche perchè alla crescita esponenziale delle tecnologie non ha coinciso la crescita di un'etica delle comunicazioni sane, di piani diversi per poter leggere “psicologicamente e pedagogicamente” l’altro; è mancata la formazione umana e relazionale. Da qui la necessità, pensando di arginare i problemi , di creare dei codici di autoregolamentazione da parte della comunità “educante” che  ha cercato di emanare provvedimenti di “contenimento”. Ho conosciuto tanti ragazzi, alcuni “cosiddetti difficili”, altri “cosiddetti bulli” e tanti “cosiddetti normali”  che trovavano il loro “habitat disfunzionale” proprio durante alcune ore di lezione, con insegnanti insensibili, sempre più non vedenti e non udenti.Una scuola non di “copertura” ma di “ scopertura” dei problemi. Allora ben venga la prova psicoemotiva (come minimo...) da fare annualmente non solo agli insegnanti, ma anche a tutti coloro che gravitano intorno al pianeta scuola, dai dirigenti al personale ata, passando per i docenti, ovviamente.

    22.5.07                                                                                                                                  Renzo Menga

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